La censura e le critiche a cui è stato soggetto Crash assomigliano a dei giudizi liquidatori abbastanza frettolosi che, parafrasando Ballard, sembrano fatti da scienziati ai quali sono stati tolti i finanziamenti per la loro ricerca, costretti per mancanza di tempo e denaro a trarre comunque in modo rapido delle conseguenze sul lavoro svolto.
Le reazioni più esasperate in Italia sono apparse dalle colonne di Repubblica su articoli firmati da Irene Bignardi che definì Crash come: “Una baracconata disonesta che nella povertà intellettuale di fine millennio rischia di diventare un pericoloso oggetto di culto per guardoni e cinefili boccaloni. (…) Accolto come un capolavoro eversivo da un’ala critica e come un film morboso e pericoloso da un’altra; è un erotismo, come sa chi ha letto il romanzo di J.G. Ballard da cui il film è tratto e chi segue le cronache cinematografiche, legato agli incidenti d’auto, allo stato di pericolo e di orrore generato dal rischio automobilistico”[1].
Dallo stesso quotidiano arrivano delle critiche più morbide anche se ugualmente negative da parte di Michele Serra[2] mentre un altro quotidiano, Il Manifesto, affida il suo sdegno alle parole di Luigi Pintor[3].
Non sono state altrettanto favorevoli le opposizioni di alcuni politici (18 consiglieri ripartiti tra Alleanza Nazionale e Rifondazione Comunista) che hanno mandato tre pagine in carta bollata al procuratore di Napoli affinché ritirasse la pellicola.
La censura che ha colpito il film ha contagiato un po’ tutte le parti del mondo: gli U.S.A, dove il film è uscito dopo sei mesi, e la Gran Bretagna.
Il motivo scatenante le proteste non riguarda solamente gli argomenti trattati ma il modo amorale in cui essi vengono trattati: si denuncia l’assenza di un giudizio morale in una storia di perversioni estreme; a questo proposito, all’adesione volutamente seriosa, senza alcun accenno retorico ad un contesto del genere, aveva già risposto Ballard nella postfazione citata in precedenza, prima che Cronenberg realizzasse il film.
Crash oltre a rappresentare il culmine del viaggio cinematografico di Cronenberg e il “primo romanzo pornografico basato sulla pornografia”[4] è un film sovversivo per molti aspetti perché irrita e turba, mettendo in scena l’impotenza della politica a governare il desiderio, perché individua nella possibilità di scegliere come morire l’ultima forma possibile di liberazione dell’individuo e della sua soggettività in un universo che ha ormai definitivamente cessato di essere antropocentrico, o ancora perché “il fine ultimo di Crash, inutile dirlo, è quello di monito, di messa in guardia dal mondo brutale, erotico e sovrailluminato, che sempre più suasivamente ci invia il suo richiamo dai margini del paesaggio tecnologico”[5].
Ma come si intrecciano tra loro queste tematiche? Ed è possibile rintracciare significati diversi o latenti?
[1] Cfr. Roberto Sturm, Speciale Crash, su htpp://www.intercom.pubinet.it/crash.htm
[2] Cfr Repubblica 13 Novembre 1996
[3] Cfr Manifesto 24 Novembre 1996
[4] Ballard, Crash, Feltrinelli, 2004, p.204
[5] Balard, 2004, p.204
Questo è un brano estrapolato dal romanzo breve di Valerio Evangelisti "Gocce nere" che invito a leggere per chi non lo avesse ancora fatto.
Sottofondo: "Man Cha - Politik Kills"
Bastò una pausa dovuta alla salivazione ormai faticosissima. La prima delle gocce nere oscillò un poco all’estremità del tubo, poi infilò di spinta l’ago forato che conduceva alle vene di Jacqueline. Trascorse una frazione di secondo, quindi la ragazza torse la bocca in un urlo cavernoso che le fece vomitare sul mento parte della bava che le riempiva la cavità orale.
Una porzione del suo avambraccio, lontana dal polso in cui era infisso l’ago, si gonfiò generando un fungo di carne, che crebbe fino alle dimensioni di un osceno cavolfiore. Subito dopo l’escrescenza si afflosciò, scavando una cavità nella pelle. Simultaneamente, però, l’alluce del piede sinistro diventò un mostruoso palloncino, da cui l’unghia schizzò via come un proiettile insanguinato, rimbalzando contro il muro.
“Parla!” urlò RSYST, dalla prigione del suo altoparlante. “è una goccia soltanto! Può sbizzarirsi come vuole, ma è insufficiente per alterare il tuo metabolismo! Parla, ferma la seconda goccia!”
Jacqueline tentò di ricondurre il proprio grido alla forma della parola, ma ciò che i suoi spalancati stavano fissando le strozzarono la gola. L’alluce rigonfiò si contrasse in un peduncolo rosa, più piccolo e sottile del mignolo, mentre tra i due seni gliene nasceva un terzo, scaglioso e tumefatto, grande come un melone.
“Parla!” ripeté RESYST, facendo rimbombare l’intera sala. “Se parli fermi la seconda goccia, e l’elastina si disperderà nel tuo corpo!”
in effetti un’altra goccia si stava appollaiando sull’ultimo tratto di tubo, vicino all’ago, e si preparava a invadere lo spazio cavo. Un barlume della sua coscienza oscillante permise a Jacqueline di scorgerla. Quasi automaticamente il suo urlo si convertì in parola.
“Cile, 1974. Argentina, 1975. elicotteri che scaricavano in mare uomini vivi. Donne violentate e uccise davanti ai loro bambini. Se ho mai avuto una coscienza politica, è stato vedendo quei documentari. E quegli altri, precedenti. Bimbi scarnificati in fila davanti al dottor Mengele, assurdamente sorridenti. Un feto estratto dalla madre ancora viva e mostrato alla cinepresa. Mengele, Pinochet, Rosenberg, Codreanu, Strasser. La stessa perversione sordida, apparentemente inconcepibile. La nascita in me di una rabbia forsennata…”
“Brava!” esclamò RESYST, con un impeto che fece vibrare la gabbia dell’altoparlante. “Ecco quello che devi provare rabbia. È il solo sentimento che possa darti la forza di resistere…”
L’assurda mammella supplementare nata sul petto di Jacqueline si sgonfiò e rimpicciolì, fino ad annullarsi in un’ulcerazione che si approfondiva, scavando una galleria rossastra in direzione dello sterno. Ma la ragazza quasi non ci faceva più caso.
“Cose innominabili fatte in nome del mercato, cioè di niente. L’africa alla fame. Parte dell’Asia ridotta a bordello per turisti. Uomini – merce, da comperare e da vendere. Tutto ciò mi riusciva insopportabile. Non sono stata mai veramente comunista, non ci ho mai creduto. Ma i crimini del comunismo mi sembravano poca cosa, rispetto a quelli di chi aveva deciso di ridurre due terzi del mondo a un inferno”
“Bene, piccola… scusami non volevo chiamarti così… Bene, Jacqueline, continua. Continua a parlare…” la voce di RESYST echeggia quasi premurosa. “la seconda goccia si è fermata, e si è ritirata di qualche millimetro. Ho invaso la telecamera installata dai tuoi aguzzini… non cercarla, è invisibile… e posso vederti tutta. Il tuo corpo sta tornando integro. Non interromperti, butta fuori tutta la tua collera. La collera è vita!”
“L’esercito guatemalteco che cala su un villaggio e ne uccide tutti gli abitanti. I somozisti che gettano gli oppositori nella bocca di un vulcano. E i crimini economici, forse i peggiori. Vite spezzate per creare una moneta stabile. Le imposizioni del Fondo Monetario Internazionale che attizzano egoismi etnici seminando guerra civile. Poi il SYS, che si impadronisce di tutti i canali di comunicazione. Altera l’immaginario della gente, lo svuota di simboli e vi sostituisce i propri. La dittatura sottile della telematica manipolata. La schiavitù non nel tempo di lavoro, ma nel tempo libero.. il mio secondo uomo si chiamava Christophe. Peggiore di Frèdèric da tutti i punti di vista, ma io ero ancora molto ingenua…”
l’altoparlante emise un soffio molto simile a un sospiro. “Preferivo la rabbia. Ma hai ragione tu, la collera non può durare per sempre. Vai avanti, l’importante è che tu continui a parlare. Credo che abbiamo ancora un’ora e mezza. Ce la puoi fare. Ce la dobbiamo fare”
L’addio tra Robespierre Capponi e il Padre Vittorio dopo l’incontro in Jugoslavia
Aprì la bocca, cercando ancora le parole migliori, ma fu Vittorio a cominciare, come se tra padre e figlio si fosse creata una sorta di telepatia.
- Io non sono stato un buon padre per voi. Un buon padre rimaneva coi suoi figli, anche se andava in galera. Tornava in Italia e faceva il processo. Ma cosa devo dire, Robespierre? Ho fatto quello che pensavo era giusto fare. Aiutare questo popolo a costruire il socialismo. È per questo che ho combattuto. E adesso penso che forse non valeva la pena. Adesso tutto crolla. Sono come esulato. Milena non c’è più e io resto solo come un cane, senza figli, senza compagna, senza paese e senza socialismo. E sai cosa dispiace di più? – era una domanda sincera, stupita – Che non ce la faccio a pentirmi. Non riesco a pensare che era sbagliato. Era giusto provare e se vuoi che sono sincero fino in fondo, dico che non è nemmeno sbagliato adesso che Tito è come Stalin. Forse sbaglio, Robespierre. Lo so che non è stato giusto per te e per Nicola, lo so che meritavate un padre più normale, che si sacrificava per voi. Ma qui avevo incontrato Milena, avevo combattuto insieme a lei, ci amavamo. Qui c’era un paese da fare, c’era il socialismo, la rivoluzione, capisci? Una società nuova. E in Italia no. se tornavo, mi sarei dispiaciuto tutta la vita di non aver fatto la mia parte qui. Ecco , te l’ho detto con sincerità e forse adesso mi odi di più di Nicola. Ma è la verità e adesso che sei grande puoi capirla. Se tornassi indietro, rifarei la stessa scelta.
Pierre si rivide nella cantina di Italo, a tredici anni, al fianco di Nicola, un ventenne smilzo e spigoloso. Il padre era una sagoma scura indistinta e una voce profonda. Durate gli anni della guerra, per lui era stato un personaggio delle fiabe, una presenza che lo visitava di notte, prima di addormentarsi, nei racconti della zia Iolanda e nelle fantasie infantili, immaginava che stesse lottando contro nemici spietati e numerosissimi, sui monti di una terra straniera, come un antico guerriero. L’ultimo ricordo sensibile era l’odore del giaccone di pelle nera, quella notte. Odore di concio. <Nicola, Robespierre, ascoltatemi bene. Io non posso restare con voi. Sono tornato qui clandestino, capite? Di nascosto. Perché se scoprono che sono tornato in Italia, mi mettono in prigione. Devo tornare via. Ma a voi penserà la zia Iolanda, che vi vuole bene come foste figli suoi. Io vi scriverò sempre. E un giorno verrete a vivere in Jugoslavia, in un paese migliore, dove la gente è libera e felice. Ma adesso no, non si può, è troppo pericoloso. Sono tornato per dirvi questo. Nicola, bada a tuo fratello, capito? Sei tu il capofamiglia adesso>.
Pierre si risvegliò come da un sogno ed ebbe chiaro quello che voleva dire, che per gironi si era portato dentro senza venirne a capo. Guardò Vittorio, seduto sulla branda, avvolto nella stessa penombra di allora. Ma non c’era più nessuna aura mitica ad avvolgerlo. Era soltanto un uomo. Ed era suo padre.
- Nicola non ti odia, babbo. È stata la delusione a farlo diventare così. Lui ti ammirava troppo e si è sentito tradito. Capisci? Lui è andato su in montagna coi partigiani perché tu gli avevi insegnato a essere antifascista. Sei stato tu a crescerci così. Lui è andato in brigata anche per te. E voleva che tu lo vedessi, che lo ammirassi. Invece si è preso quella pallottola nella gamba e quando la guerra è finita tu hai deciso di restare qua. Lui voleva che gli dimostrassi che eri fiero di quello che aveva fatto. Eri il nostro eroe. Eri quello che non aveva mai piegato la testa davanti ai fascisti. Quello che aveva disertato per non dover ammazzare gente innocente. Quello che era andato in un paese straniero a fare la rivoluzione che in Italia non si poteva fare. Ma eri anche nostro padre, dio bono! E se come eroe andavi bene, come padre ci avevi lasciati. Sono stati anni duri, cosa credi. La zia Iolanda s’è fatta in quattro per tirare avanti. Per fortuna che è arrivata l’occasione del bar. È stato il partito a tirarci fuori dalla merda, non tu. Tu eri lontano. lontano come Ulisse. I padri non ce li possiamo scegliere. E non possiamo non volergli bene. O odiarli se ci abbandonano.
Vittorio Capponi guardava il figlio. Era una lezione quella che cercava, una lezione di vita da un uomo che aveva meno della metà dei suoi anni e che un giorno aveva abbandonato per seguire la sua natura combattente. In quel momento avrebbe accettato qualsiasi cosa, tutto l’odio del mondo. Era pronto, forse lo era da dieci anni.
Pierre contrasse il viso, si sforzò, ma capì che doveva lasciar fluire le parole.
- Eppure i padri, prima di essere padri, sono persone. È questo che penso, ci ho messo tanto tempo per pensarlo. Forse sono venuto qui proprio per dirtelo. Per tanti anni ho desiderato avere un padre come tutti gli altri. Uno che ci avesse aiutati, che si fosse preso cura di noi anche a rischio della galera. Ma la verità è che se tu avessi fatto questa scelta, non saresti più stato tu. Avresti rinunciato a quello che credevi giusto fare. E questo avrebbe fatto di te un fallito. Fallito come persona, intendo. Facendo la scelta che hai fatto, hai fallito come padre, ma hai seguito le tue idee, quello che sentivi. Così ci hai insegnato che vivere significa credere nella giustizia e costruire il proprio destino, non farselo imporre dagli altri. E per questo, nonostante tutto, sei una persona migliore di tante che vedo al bar, che hanno una casa, un motorino, <L’Unità> in tasca, le chiacchiere con gli amici, e che di scelte non ne vogliono più fare. I loro figli forse oggi sono diplomati e laureati, e hanno un buon lavoro, ma non sapranno mai quello che so io.
Aveva due lacrima appese alla ciglia. Restavano lì, in bilico, non scendevano e non si asciugavano. Suo padre rimaneva immobile, forse sentiva lo stesso magone.
Pierre prosegui: - Ecco, è questo che sono venuto a dirti. Che quello che è successo non si può cancellare, ma è troppo tardi per odiarti e perché tu continui a sentirti colpevole. Non serve a nessuno.
Strinse i denti, Pierre odiava il sentimentalismo, soltanto con le donne si poteva essere sentimentali, non tra uomini, non tra padre e figlio.

“Buon Dio, sta sputando fuori qualcosa di simile a un serpente grigio. Eccone un altro, e un altro ancora. Mi sembrano dei tentacoli. Ora vedo il corpo della creatura. È grosso, grosso come un orso e luccica come cuoio bagnato. Ma la faccia … signore e signori, è indescrivibile. Non riesco quasi a guardarla. Ha occhi neri e lucenti come quelli di un serpente. Ha una bocca a forma di V e dalle labbra che sembrano tremare e pulsare colano fili di bava. Il mostro o qualunque cosa sia si muove a stento. Sembra schiacciato dalla … forza di gravità o qualcosa del genere. Ora la cosa si sta alzando”. (Adattamento radiofonico del romanzo “The War of the Worlds” di Herbert G.Wells)
I risvolti della Guerra Fredda, la minaccia della guerra nucleare e il clima da caccia alle streghe scatenato dalla commissione parlamentare HUAC, sono temi presenti nei primi film di fantascienza che descrivano l’invasione della terra da parte di entità extraterrestri, meglio conosciute come alieni. I film sull’invasione aliena di questo periodo storico sono distinguibili in due categorie: l’invasione “guerrafondaia” della terra e l’ invasione subdola, tentata con sistemi non belligeranti. I film della prima categoria rispecchiano il timore per gli effetti devastanti di una guerra condotta con armi atomiche, essi mettono in scena immagini impietose di distruzioni di città e paesaggi, come il classico della fantascienza War of the Worlds di Byron Haskin (1953) e Earth versus the Flying Saucers di Fred F. Sears (1956); sono produzioni in numero minore rispetto a quelle della seconda categoria. I film sull’invasione subdola, utilizzano l’espediente della possessione, infatti gli alieni cercano di invadere la terra attraverso la manipolazione della mente e dei corpi degli esseri umani; di questo genere sono esempi film come Invaders from Mars di William Cameron Menzies (1953), Invasion of the Body Snatcher di Don Siegel (1956), Plan 9 from Outer Space di Edward D. Wood JR. (1956).I film sull’invasione subdola, come detto, riflettevano il clima di censura e di paura che dominava la società americana, l’intransigenza governativa che irrompeva nella vita pubblica dei cittadini, portati a dubitare di tutto e di tutti; infatti ognuno poteva essere tacciato di essere un simpatizzante comunista.
Eppure alcuni di questi film si aprono a diverse interpretazioni, contenendo in sé duplici metafore che ora possono essere indicate come segni di accuse dirette ai russi, rei di stare progettando un invasione culturale che apra le porte ad un’invasione militare, e ora ad una implicita accusa contro l’omologazione culturale americana. Tra queste due categorie c’è un'altra forma tipica d’invasione aliena quella effettuata da una singola creatura come nei film The Thing from Another World di Christian Nyby (1951) e The Blob di Irvin S. Yeaworth Jr. (1958). Lo scrittore Herbert G. Wells è stato il principale profeta dell’apocalisse, è stato uno dei primi a scrivere una storia sugli effetti della bomba nucleare nel suo romanzo The World Set Free (1914), quindi era praticamente inevitabile che i suoi romanzi più famosi non venissero adattati per il grande schermo. Il film The War of the Worlds tratto dall’omonimo romanzo è uno di questi, divenuto un classico della science - fiction, rappresenta uno dei primi film su l’invasione terrestre da parte dei marziani.
Il film sembrerebbe “un candidato ideale come veicolo volontario di una propaganda pro armamenti, contro un’invasione russa paventata dai parlamentari repubblicani”[1], ma in realtà non ci sono evidenti legami tra i marziani e i russi a parte l’equivalenza tra il colore presupposto del pianeta rosso e il colore rosso della bandiera russa. In realtà il film mette in evidenza la potenza distruttiva delle armi nucleari “it uses interplanetary conflict as an excuse for presenting a vision of the global consequences of high-tech warfare”.[2] Tuttavia una riflessione si impone perché The War of the Worlds non solo è un esagerata versione dell’isteria della Guerra Fredda ma anche il primo film che (prima del Vietnam) mostra al pubblico americano le immagini di una cocente sconfitta militare inflitta al suo esercito. Infatti sono i marziani che vincono e la loro disfatta arriva soltanto grazie all’azione dei batteri (creati dall’infinità saggezza di Dio), perché il loro organismo non è adattabile al nostro pianeta. Il messaggio sotteso è che l’uso delle armi nucleari è giustificabile quando la disfatta è eminente, e pur di non soccombere al nemico, la bomba diventa un mezzo necessario contro il male (concetto che verrà ripreso, da diversi punti di vista da S. Lumet e S. Kubrick). È una metafora convincente sull’invasa disponibilità degli americani ad usare la bomba atomica contro il nemico. Inoltre è rilevante il fatto che qui le radiazioni conseguenti alle bombe sganciate non abbiano avuto nessun effetto rilevante sugli abitanti di Los Angeles. Questa interpretazione non dovrebbe apparire troppo esagerata perché se è vero che dopo The War of the Worlds saranno pochi i film sulle invasioni di massa, in film come Killers from Space di W Lee Wilder (1954), The Lost Missile di Lester W. Berke (1958), questo messaggio viene ribadito con più efficacia.



1 Paolo Alberto Casadio,Allarme Rosso – i film di fantascienza americani degli anni cinquanta tra politica e ideologia, Longo Editore Ravenna, 2007, p.180.
2 Kim Newman,Apocalypse Movies – end of the world cinema, First St. Martin’s Griffin Edition, 2000, p.121.
3 Paolo Alberto Casadio, 2007, p. 186.
4 Joanna Bourke,Paura una storia culturale, 2007, p.271.
5 Vivian Sobchack, Spazio e Tempo nel Cinema di fantascienza, Bonomia University Press, 2002, P.99
6 Paolo Alberto Casadio, 2007, p. 196.
7 Vivian Sobchack, 2002, p. 113.
8 Brosnan, Future Tense: the cinema of science fiction, St’ Martin’s Press 1978, p.127
In questo senso Crash non fa altro che collocarsi sulla scia di una serie di film che trattano tale tema, tra i quali ricordiamo: Videodrome, Il Pasto Nudo, Inseparabili.

Il regista mette in evidenza la non contrapposizione tra l’uomo e la macchina ma mostra, anzi, come la macchina faccia parte delle estensioni dell’essere umano; per esempio, nel film tratto dal romanzo di Burroughs la macchina per scrivere non è un accessorio di Bill ma diventa un elemento del suo corpo, in un rapporto che inverte la relazione, capovolgendola in modo tale che Bill risulta essere un’appendice della macchina per scrivere e non viceversa.

L’impostazione del film che ci suggerisce il regista canadese, però, non esaurisce tutte le potenzialità del film stesso, che in un confronto con il romanzo ci permette di rilevare un ampio margine di interpretazioni; infatti lo stesso Ballard sostiene: “io sento che il ruolo dello scrittore, ossia la sua autorità e la sua legittimazione a creare, è radicalmente cambiato. Sento che, in certo qual modo, lo scrittore non sa più nulla. Lo scrittore non ha più una posizione morale: offre al lettore i contenuti del proprio cervello, sotto forma di una serie di possibilità di alternative fantastiche. Il suo ruolo è quello dello scienziato che, in un safari o in laboratorio, si trovi davanti a un territorio o argomento del tutto sconosciuto. In tale situazione, tutto ciò che può fare è concepire ipotesi e verificarle alla luce dei fatti. Crash è un libro così concepito (…) cosa vediamo nello scontro automobilistico: un sinistro presagio di un orrendo connubio fra sesso e tecnologia? La tecnologia moderna ci fornirà forse inimmaginabili mezzi di sfruttamento delle nostre psicopatologie? E questo imbrigliamento della nostra innata perversità potrà esserci di beneficio? O esiste qualche logica deviante che si dispiega più potentemente di quella fornita dalla ragione?”[2].
Quali sono, allora, i significati, quali i messaggi di Crash? E come si uniscono insieme? La mia analisi verterà sulla contrapposizione e complementarietà tra il film e il romanzo, analizzandone i contatti e le differenze dal punto di vista delle tematiche e degli intrecci narrativi, avvalendomi anche delle interviste rilasciate dallo scrittore e dal regista sulla rivista Cahiers du cinema e delle censure a cui è stato soggetto il film, in modo da mostrare come un opera apparentemente definita nel suo significato possa aprirsi ad una serie di interpretazioni (dato che la si può considerare come un opera in cui dialogano due testi), che smentiscono in parte i giudizi e le critiche espresse con superficialità.

Dr Strangelove, uno dei più acclamati capolavori di Stanley Kubrick, iscritto nel registro nazionale dei film della biblioteca del congresso Usa, è una commedia nera, ferocemente satirica che contiene in se tutti gli elementi che hanno caratterizzato i temi sulla bomba nucleare e sulla sovversione comunista.
Il film di Kubrick ha un chiaro riferimento alla situazione “nucleare” ma il suo messaggio chiaro è: come facciamo a fidarci affidando la nostra sicurezza nelle mani di scienziati, soldati e politici che in quanto esseri umani possono potenzialmente fallire? È questa la realtà in cui viviamo, in quanto la bomba non può essere “disinventata” siamo nelle mani di folli generali come Ripper e Turgidson, da improbabili umanisti come il dottor Stranamore e da politici come il Presidente Muffley.Piuttosto che giocare sullo shock del conflitto, il regista, pone in primo piano, la mediocrità, la crudeltà, e l’idiozia degli uomini addetti a guidare le sorti del mondo, che a parte i soldati semplici visti come il prodotto dell’epoca, assolutamente assoggettati al sistema militare, vengono inquadrati e illuminati “in modo talmente grottesco che sembrano essere appena usciti da Il gabinetto del Dr. Caligari o da un vecchio film horror degli Universal Studios girato negli anni Trenta”.[2]
Come a sottolineare che i veri alieni sono i politici che siedono attorno al tavolo della sala da guerra, che nonostante il mondo stia andando in fiamme progettano la costruzione di un nuovo mondo sulle basi dell’ideologia nazista; dalle parole del dottor Stranamore: “naturalmente sarebbe necessario comprendere nel numero i più alti esponenti del governo e delle forze armate affinché possano trasmettere i principi gerarchici e nazionalistici”.

Questo procedimento particolare di inquadrature distorte è adottato anche in altri film, in particolare in Seconds, e ha lo scopo di rendere esplicito l’estraniamento di certi personaggi, infatti a differenza dei film sulla possessione aliena non c’è quella piccola inflessione del quotidiano che trasformava il solito in insolito ma c’è una completa alienazione delle immagini e dei personaggi. Il generale Ripper sembra essere il prodotto aberrante del clima propagandistico e paranoico dell’epoca. Lo si nota, oltre che dalle inquadrature di ispirazione espressionistica, dalle parole che usa quando parla del comunismo e giustifica le sue azioni: “Io non posso più assistere inerte al’infiltrazione comunista, alla sovversione comunista, alla propaganda e a questa cospirazione comunista internazionale per diluire e contaminare ogni nostro umore vitale più prezioso” in un pastiche di visioni di possessioni, infiltrazioni e complotti.
L’idiozia dei personaggi è specchio dell’idiozia dell’epoca, a parere del regista, indimenticabili i dialoghi tra il Presidente Americano e il Presidente Russo per mezzo del telefono rosso (chiara satira sull’installazione di una linea telefonica tra due paesi che si dichiarano belligeranti), del sergente “Bat” Guano che si suicida a cavallo della bomba atomica agitando in aria un capello da cowboy e urlando di gioia, simboleggiando l’insana predisposizione americana all’utilizzo dell’atomica.

Fail Safe alla pari del film di Kubrick ci mostra una delle possibili casualità che può portare allo scoppio del conflitto. Questa volta la fine del mondo non è dovuta all’azione di un folle paranoico generale ma al guasto di un dispositivo, il “Fail Safe”.Il guasto di questo sistema provoca una crisi di portata immane: quattro bombardieri carichi di bombe H si dirigono verso Mosca per distruggerla. A nulla valgono i tentativi del Presidente USA (Fonda) di richiamare i bombardieri e neanche i russi riescono ad abbatterli. Mosca viene distrutta e il Presidente USA, cercando di impedire una ritorsione catastrofica, offre sull’altare del sacrificio New York. Il compito di sganciare le bombe è affidato al colonnello Warren Black (O’Herlihy) il quale ossessionato dal suo rimorso si toglie la vita.
Il film di Sidney Lumet, come quello di Kubrick, pone l’accento sui caratteri dei suoi personaggi, tratteggiando un presidente americano pur sofferente disposto a sacrificare il proprio paese, incapace di reggere psicologicamente un fardello come quello di un conflitto nucleare e di uno sterminio di massa, a differenza del professore che si dichiara favorevole ad una sopravvivenza della civiltà americana rispetto a quella russa,i quali vengono paragonati ad esseri privi di qualsiasi umanità al pari delle macchine (dai suoi atteggiamenti e discorsi trapela un ottimismo sadico al pari di quello del satirico dottor Stranamore); di alcuni generali e colonnelli che non sono d’accordo nel recuperare la situazione ma cercano di spronare lo stesso presidente ad approfittare del momento e di scatenare una guerra lampo nei confronti della Russia; alcuni di loro, in preda al delirio argomentando complotti e contro complotti di spie comuniste accusano di tradimento i colonnelli che si schierano con il presidente USA, reo di essere soltanto un politicante incapace di comprendere la realtà.
Nel film di Lumet come nel film di Kubrick, sia i generali che gli scienziati discutono sulla quantità “accettabile” dei morti sulla guerra, snocciolando cifre sulle 40.000, 60.000 vittime come se essi fossero soltanto una mera eventualità comunque da ritenersi consona alle esigenze del conflitto, probabilmente perché nell’intenzione dei due registi c’era la volontà di sottolineare con più forza quale immane potere la scienza abbia consegnato nelle mani di pochi esseri umani.
[1] Erik J. Hobsbwam, Il Secolo Breve, Rizzoli, 1997, pp.288-287.
[2] Vivian Sobchack, Spazio e Tempo nel Cinema di Fantascienza, Bonomia University Press 2002, p.117
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Robocop è uno dei film che ha più colpito l’immaginario collettivo tanto da ottenere un grande successo ai botteghini. Il regista, oltre alle critiche all’amministrazione Reagan e alla riflessione sull’alleanza che intercorre tra le corporazioni e le organizzazioni criminali, elabora anche, e soprattutto, un discorso “pauroso” sulla manipolazione e sostituzione del corpo umano. Rende la tecnologia un vero incubo.
Prima di parlare della manipolazione del corpo, vorrei avanzare l’ipotesi che il film di Paul Verhoeven sia uno dei pochi a trattare in maniera “visiva” della disoccupazione. Infatti il regista incanala il film in questa direzione mostrando la decadente struttura sociale della metropoli, in elementi come il traffico della droga, il degrado ambientale, il crimine dilagante, la facilità di accesso alle armi.
Ci sono due punti fondamentali che giocano in questo senso. Primo: l’ambientazione a Detroit ha un ruolo chiave, infatti “because the city was so closely associated with the automobile industry, the decline of which (especially in relation to Japonese imports) was the central example of the decline of American manufacturing as a whole during the 1980s”[1]. Secondo: la figura di Robocop è un’immagine spettrale a questo riguardo, perché è il sostituto ideale del poliziotto, forte e invincibile, l’unico in grado di sconfiggere una macchina letale come ED-209.
Lo sciopero dei poliziotti è lo specchio dell’America del 1980, “just anxieties of the Detroit policeman at being replaced by robots echo a general fear among the American working class that automation someday lead to the loss of their jobs”[2]. A un livello più profondo, essendo Robocop in parte umano e combattendo per questa sua umanità, il film rispecchia la paura che la società capitalistica stia trasformando la vita dell’uomo come una componente meccanica di un organismo macchinico.Considerando che l’agente Murphy non ha avuto possibilità di scelta, essendo il suo corpo di proprietà dell’OPC, possiamo concludere che l’uomo non ha più scelta e deve riconsiderare la propria vita, come un esistenza a stretto contatto con la tecnologia.

Per quanto riguarda la manipolazione del corpo, possiamo sostenere che il livello di commistione uomo – macchina giochi su più livelli di interpretazione. Ad un primo livello è facile far corrispondere un’analisi culturale sulla crisi di identità, in quanto alla figura di Robocop, viene affidato il compito di simboleggiare la scissione tra mente e corpo (un argomento di rilevante importanza nelle opere di Cronenberg). Il Cyborg durante il film affronterà una dura lotta tra la volontà dell’uomo (la memoria) e la volontà della macchina. Molti dei suoi desideri, dei suoi sentimenti sono in contrasto con ciò che lui ora è diventato, essendo una mente a cui è stata trapiantata un prodotto artificiale. Può solo ricordare i sentimenti, sentirli nella sua mente ma non provarli, tutte le passioni umane si trasformano in immagini registrate in sovrimpressione nel suo cervello; perciò l’amore si trasforma in un ricordo della moglie, l’affetto familiare nell’immagine di una foto, l’amore per il figlio in un gesto d’immagine televisiva.
L’unico sentimento umano che può realizzare con il suo “corpo” è la vendetta. Una vendetta che, però, per realizzarsi in pieno ha bisogno di un altro meccanismo, di una regola burocratica: il licenziamento. Robocop è il risultato di tutte le ansie degli americani circa la tecnologia e il suo predominio sulla vita pubblica, infatti, come sostiene Telotte: “that sort of fear seems a rather natural reflection of American cultural anxieties of the 1980s, facing as it was the new challenges posed by thinking machines, biomedical enginnering, mechanical prostheses, and readily available cosmetic surgery – by the great variety of technological developments that promise to reengineer the human or perhaps even render us obsolete”.[3] Riferimenti a questa possibilità di rigenerazione del corpo sono presenti anche in numerosi spot che appaiono durante il film (una su tutte la pubblicità della sostituzione del cuore), simbolo del potere della chirurgia.
Vorrei aggiungere che la televisione ha un potere illimitato nel film, infatti, è onnipresente, con i continui spot e notiziari. Questo fa sì, che il film, da una parte assuma un tono ironico e sarcastico, contribuendo a rendere la narrazione una sorta di spettacolo nello spettacolo, una sorta di reame dell’irreale (un modo per diminuire l’impatto dell’iper-violenza), e dall’altra parte mette in evidenza l’irruenza della televisione nella vita privata e il suo potere di manipolazione del pensiero.
Ad un secondo livello di interpretazione la figura di Robocop, materializza una paura comune: l’impossibilità di decidere della propria morte o vita. È noto come all’epoca vi sia stato un ribaltamento di un’antica paura: la paura di essere sepolti vivi. La comune sensazione di essere considerati morti prematuramente per diventare donatori di organi (sotto autorizzazione dei familiari) o peggio essere mantenuti in vita allo stato vegetativo dalle macchine, era un pensiero che inorridiva e spaventava chiunque (del resto lo è ancora adesso); forse non è anche questa paura da considerare come una terribile visione del confine tra reale (coma profondo) e irreale (mondo dei sogni), proprio come nelle ultime scene di Brazil di Terry Gilliam? Il timore di non essere i padroni della propria vita e del proprio corpo è emblematico nelle sequenze che vanno dalla brutale e sanguinosa uccisione dell’agente Murphy alla creazione del Robocop.
In questo arco di tempo vediamo materializzarsi incubi e ansie che ci incutono terrore ancora oggi: dalla paura della criminalità (morte violenta) alla paura per la perdita del se stesso e del degrado sociale (controllo e strumentalizzazione).L’agente non può decidere del proprio destino, è vittima di poteri che oltrepassano la sua stessa immaginazione (“legalmente il suo cadavere è nostro” dirà uno dei membri dell’OCP), il suo corpo è in mano ad invisibili strumenti che decidono delle sue sorti.
In queste scene, a mio avviso, c’è la più significativa rappresentazione della scissione tra mente e corpo, più decisiva e incisiva della visione dello stesso Cyborg. Murphy vede, ascolta, ricorda ma non può muoversi, non può reagire, è costretto a subire le decisioni che vengono prese su di lui (esemplare le scene dove si decide di eliminare il braccio dal resto del suo corpo o quando alcuni membri dell’OCP festeggiano il capodanno davanti l’inerte Robocop). Tutto questo, noi, lo vediamo attraverso i suoi occhi e non può non provocarci un po’ di disagio questa sensazione di immobilità, simile a quella che proviamo quando vediamo la tv: una specie di vita riflessa. Murphy come scopriremo, infatti, non è morto, non è diventato una cosa, perché si riprenderà dal “coma” e ritornerà ad avere coscienza di sé. È qui che si pongono i problemi con il suo nuovo se stesso e, più in generale, con argomenti di natura medica ed etica: quando un individuo può essere riconosciuto deceduto? L’introduzione (grazie a nuovi ritrovati tecnologici) della “morte cerebrale” può aver, indirettamente, favorito una “disponibilità” di donatori di organi (corpi)? Possiamo con certezza assoluta stabilire quando un individuo cessa di esistere? È un diritto naturale prolungare la vita in uno stato quasi vegetativo di un individuo consenziente (tetraplagia) per mezzo di strumenti tecnologici che vorrebbe solo morire dignitosamente?
Il film di Verhoevan sembra incorporare in queste brevi sequenze i segni di un mondo che era di lì a venire, e che avrebbe dovuto fare i conti con temi abbastanza complessi come il diritto alla morte. Iniziarono a figurarsi nella mente comune immagini di corsie di ospedali dove il connubio tra tecnologie e umani dava alla vita a strane configurazioni dove veniva violato il senso ultimo del ciclo di vita dell’uomo: “la classica scena del letto di morte con i cari partecipi e le ultime parole solenni, ormai è storia. Al suo posto c’è un paziente drogato, incosciente, pieno di tubi per respirare, mangiare, defecare, un oggetto subumano pronto a essere manipolato dalla tecnologia medica. Chi può ascoltare senza provare orrore le parole di un medico di guardia in un reparto per malati terminali che dice di dover andare ad innaffiare i vegetali”.[4] Forse la paura del controllo sociale, dell’individuo, ha una notevole forza terroristica e simbolica più nel discorso intorno alla manipolazione del nostro corpo, della nostra vita, che intorno ad altri temi.
[2] Ibidem, p.211.
[3] Telotte, Science Fiction Film, Cambridge University Press, New York, 2001, p. 174.
[4] Neil Elliot, The Gods of Life, New York, 1994, p. 93.
| Pubblicato in : Speciali, Il cinema di fantascienza |
“Non lo so proprio. Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona. Li ho guardati mentre lo legavano alla sedia e chiudevano la porta. Il ragazzo poteva avere l’aria un tantino nervosa ma niente di più. Lo sapeva che da lì a un quarto d’ora sarebbe stato all’inferno. Io ci credo. E ci ho pensato tanto. Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l’anima? Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato tanto. Ma lui era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo. Dicono che gli occhi sono le finestre dell’anima. Io non so di cos’erano la finestra quelli occhi e mi sa che preferisco non saperlo. Ma da qualche parte intorno a noi esiste un’altra visione del mondo e altri occhi per vederlo ed è lì che questa storia sta andando a parare. Mi ha portato a un punto della mia vita dove non avrei mai pensato di arrivare. Da qualche parte là fuori c’è un profeta della distruzione in carne e ossa e io non voglio trovarmelo di fronte. Lo so che esiste davvero. Ho visto cos’è capace di fare. Sono già passato una volta davanti a quegli occhi. È non lo farò mai più […] non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo, alzarmi e uscire per andargli incontro. Non sono invecchiato. Magari fosse per questo. E non posso neanche dire che dipende da quello che uno è disposto a fare. Perché l’ho sempre saputo che uno dev’essere disposto a morire se vuole fare questo lavoro. […] credo che dipenda soprattutto da quello che uno è disposto a diventare. E credo che in questo caso bisognerebbe mettere a rischio la propria anima. E io non voglio farlo. Ora che ci penso forse non l’ho mai voluto”
(Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy)

Non si può capire un capolavoro come “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen, se non si è letto il romanzo targato Corman MacCarthy, un “maestro” che vive ad El Passo, nel Texas, in una solitudine fortemente voluta. O meglio i due risultano complementari, come del resto accadde ad altri capolavori (Crash della coppia Cronenberg–Ballard, Il Pasto Nudo della coppia Cronenberg-Burroughs, Arancia Meccanica della coppia Kubrick-Burgess).
Il film dei fratelli Coen distilla l’atmosfera e le riflessioni del romanzo, ottenendo un buon risultato. Il romanzo colma le distanze, inserendosi in tutto ciò che il film non ha potuto esporre per vari motivi (budget, lunghezza, o per scelta stilistica). È nel romanzo che si capisce pienamente lo squilibrio che governa la mente dello psicopatico Chigurg (nel film interpretato da un magnifico Javier Bardem), incarnazione reale della figura “mitologica” dell’ultimo Joker (interpretato dal compianto Heath Ledger, in Il Cavaliere Oscuro).
Chirurg ha un obbiettivo particolare, quello di recuperare la valigetta con il denaro presa dal cacciatore Moss, ma si ha la sensazione che il denaro non c’entra più di tanto con le sue azioni silenziose, lente e terrificanti. Chirurg è il male che arriva, non segue regole, è guidato dal caos (che per quanto arbitrario è governato da scelte inconsapevoli che ne ordinano il disegno), non ammette nessun ostacolo al suo passaggio. Non esistono amici, non esistono nemici. Solo scelte. Nel romanzo il suo fine è chiaro, esposto in uno degli ultimi dialoghi (in cui avviene la consegna della valigetta al legittimo proprietario) che svelano la folle motivazione e pervicacia con la quale Chirurg ha perseguito per tutta la narrazione il suo obbiettivo:
"Questa è sua disse. Che cos’è? Sono soldi di sua proprietà. L’uomo rimase a guardare la cartella. Poi si alzò, tornò alla scrivania, si chinò e premette un bottone. Non ci sono per nessuno, disse. Si voltò, posò le mani sulla scrivania alle sue spalle, si appoggiò all’indietro e osservò Chirurg. Come ha fatto a trovarmi? Disse. Che differenza fa? Per me fa differenza. Non si deve preoccupare. Non verrà nessun altro. Come lo sa? Perchè decido io chi viene e chi no. E adesso è meglio che andiamo al punto. Non voglio sprecare tempo a cercare di metterla a suo agio. Penso che sarebbe un compito disperato e ingrato. Quindi parliamo di soldi. Va bene. Ne manca una parte. Circa centomila dollari. Di questi, un po’ sono stati rubati e un po’ li ho usati per coprire le spese. Mi è costata parecchia fatica recuperare il suo denaro, quindi preferirei che non mi considerasse un latore di brutte notizie. In quella borsa ci sono due milioni e trecentomila dollari. Mi dispiace non essere riuscito a recuperare tutta la cifra, ma questo è quanto. L’uomo non si era mosso. Dopo un po’ disse: ma lei chi diavolo è? Mi chiamo Anton Chirurg. Questo lo so. Allora perché me l’ha chiesto? Cosa vuole da me? Intendevo dire questo. Be’. Direi che lo scopo della mia visita è semplicemente fornirle le mie credenziali. Di esperto in un campo difficile. Di professionista assolutamente affidabile e onesto. Qualcosa del genere.[…].Non sono tutti adatti a lavorare in questo settore. La prospettiva di guadagni smisurati porta certa gente a sopravvalutare le proprie capacità. Mentalmente, intendo. Si illudono di avere il pieno controllo sugli eventi mentre forse non è così. Ed è sempre il modo in cui procede su un terreno insidioso ad attirare o sviare le attenzioni dei nemici.E lei? Perché non mi parla dei suoi nemici?
Io non ho nemici. Non permetto che esistano."

È strano che un romanzo si riscopra dopo l’uscita della sua trasposizione cinematografica. Ma la forza o il monopolio del cinema è anche questo (si veda il caso Fight Club). È strano che un romanzo nato come padre debba complementare un testo filmico che risulta nascere dalle sue costole e risultarne quasi postumo.Ma cosa c’è all’interno di questi due capolavori, qual’ è la loro essenza?
McCarthy come sostiene Barrico “deve aver pensato che non era più tempo di poesia e visioni, per cui ha asciugato per bene la sua storia e quando è arrivato all’osso ce l’ha tirata dietro” e i fratelli Coen hanno raccolto l’osso e l’hanno lanciato agli spettatori. Hanno sapientemente mescolato l’azione della caccia all’uomo alle meditazioni del tutore della legge su un mondo violento che è cambiato e in cui non si riconosce. È l’osso la questione, il male la sua cartilagine.Due mondi si confrontano: la vecchia e la nuova generazione.Nelle riflessioni dello sceriffo (scritte in prima persona su quello che sembra essere il suo diario nel romanzo e tradotte in voce off nel film) si comprende che non è un luogo comune sostenere che il mondo non è più lo stesso perché il mondo è diverso fatti e dati alla mano:
"Era stato fatto un questionario sui problemi dell’insegnamento nelle scuole. E loro hanno ritrovato i moduli compilati e spediti da ogni parte del paese, con le risposte alle domande. E i problemi più gravi che venivano fuori erano tipo che gli alunni parlavano in classe e correvano nei corridoi. O masticavano la gomma. O copiavano i compiti. Roba così. E allora avevano preso uno di quei moduli rimasto in bianco, ne avevano stampate un po’ di copie e le avevano mandate alle stesse scuole. Dopo quarant’anni. Be, ecco le risposte. Stupri, incendi, assassini. Droga. Suicidi. E io ci penso a queste cose. Perché il più delle volte, quando dico che il mondo sta andando alla malora, e di corsa, la gente mi fa un mezzo sorriso e mi dice che sono io che sto invecchiando. E che quello è uno dei sintomi. Ma per come la vedo io uno che non sa capire la differenza fra stuprare e ammazzare la gente e masticare la gomma in classe è messo molto peggio di me. E quarant’anni non sono mica così tanti. Magari fra altri quaranta la gente avrà aperto gli occhi. Sempre che non sia troppo tardi".
Nella storia è come se si intrecciassero tre destini che vanno a delineare la distanza che separa due universi. Lo sceriffo che crede e spera ancora in un mondo di valori e ideali, non riesce a capacitarsi del cambiamento al quale non può opporsi perché è indipendente dalla sua volontà e come uno spettatore immobile e passivo cerca di indagarne e sviscerarne i segni. Moss che rappresenta lo stacco dai valori tradizionali , l’uomo che è attratto dalle nuove tentazioni (la valigetta è il simbolo della causa del male: droga e denaro) e abbandona la sua semplice vita. Chirurg e la sua moneta rappresentano il nuovo mondo, non soltanto l’arbitrarietà del male. Un personaggio che incarna i segni di qualcosa che si affaccia all’orizzonte, che sta prendendo vita, che ha ideato una nuova scala di valori, che non ha uno scopo e un fine ma segue un suo tracciato, un suo percorso. Non ammette eccezioni. E che esiste al di là della nostra consapevolezza. Come il male, del resto.
"Ogni momento della tua vita rappresenta una svolta e una scelta. A un certo punto hai compiuto una scelta. E tutto è andato di conseguenza. La contabilità è precisa. La forma è tracciata. Nessuna linea può essere cancellata. […] la strada di una persona nel mondo cambia raramente, e ancora più raramente cambia all’improvviso. […] ho solo un modo per sopravvivere. Non ammette eccezioni. Al limite un lancio di monetina. In questo caso abbastanza inutile. La gran parte della gente non crede che possa esistere una persona del genere. È evidente che per loro è un bel problema. Come si fa a sconfiggere qualcosa di cui si rifiuta l’esistenza? Capisci? Quando sono entrato nella tua vita, la tua vita era finita. Ha avuto un inizio, uno svolgimento e una fine. Questa è la fine. Puoi dire che le cose sarebbero potute andare in un altro modo. Che avrebbero potuto essere diverse. Ma questo che significa? Non sono diverse. Stanno così. Lo capisci?".
I tre personaggi principali delineano l’archeologia di tre generazioni che vanno dal 1950 al 1990 circa. Diventano emblemi, testimoni del tempo che svanisce e cambia. Mostrandoci quanto, a volte, siamo incapaci di ammettere, imbrigliati e ancorati a valori e credenze che lentamente si dissolvono, la realtà delle cose, il cambiamento. Incapaci di osservare la mutazione (Come si fa a sconfiggere qualcosa di cui si rifiuta l’esistenza?).

Per ricordare la dipartita di uno dei più influenti scrittori contemporanei (e ispiratore del celebre Crash di Cronenberg) vi invito a leggere l'articolo di Antonio Caronia pubblicato sull'Unità al seguente link:
http://www.unita.it/news/84112/addio_allo_scrittore_james_g_ballard
e questo intervento sempre del filosofo Antonia Caronia sul sito di carmilla:

Il tema sul controllo sociale e sulla massificazione della popolazione è da sempre il topos per eccellenza della migliore letteratura cinematografia di science-fiction.
Il cinema di fantascienza si è sempre ispirato a capolavori della letteratura fantascientifica come 1984 di George Orwell e come Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, ne sono un esempio lo straordinario Brazil di Terry Gilliam (1984) e Orwell 1984 di Michael Radford (1984), per non parlare degli ultimi film come V per Vendetta (V For Vendetta, 2006) di James McTeigue (tratto dall’omonimo fumetto di Alan Moore) o Equilibrium (2005) di Kurt Wimmer.

Tutti gli abitanti del mondo sotterraneo sono ridotti a numeri e lettere, drogati, controllati e monitorati da supervisori che possono misurare la loro respirazione e i loro battiti cardiaci.
Lucas sembra suggerire che la televisione isola gli individui e li rende passivi: questo aspetto è evidente, quando osserviamo la vita di coppia tra THX 1138 e LUH. Infatti i protagonisti assistono a degli spettacoli di violenza (un poliziotto cyborg picchia ripetutamente un cittadino), di comicità e sessualità quasi assuefati da tali visioni, così evitando il contatto l’uno con l’altro.
La televisione funziona da meccanismo che isola gli individui annullandone anche i bisogni primari come quello della socialità. In particolare la forza dello “schermo”, che come in 1984, controlla la vita dei suoi cittadini, è illuminante a riguardo: appaiono piccoli schermi anche quando vengono aperti gli stipiti del bagno e si sentono delle voci che chiedono “qualcosa non va?”; Ogni abitazione è sotto la supervisione della società, persino le nascite (in vitro) e l’educazione dei bambini. Le droghe che vengono prese giornalmente dagli abitanti hanno lo stesso effetto della tv, quello di eliminare i desideri e gli istinti primari.
Proprio dalla violazione di questo uso nascerà la ribellione di THX 1138 che inizierà a “sentire”, a provare stimoli e a capire di essere vittima di un sistema che tenta di trasformare l’individuo in una sorta di immagine virtuale.

Questo riferimento ad una esistenza virtuale dominata da meccanismi scientifici e tecnologici è visibile nelle scene della prigione (realizzata in un bianco bidimensionale, dove lo sfondo stesso è bianco) in cui vediamo THX 1138 sottoposto a delle torture fisiche e mentali che gli vengono inflitte da due uomini tramite l’utilizzo di un programma su un computer. È come se lo stesso THX fosse diventato un’immagine manipolabile priva di qualsiasi corporeità.
Il mondo sotterraneo è simile al mondo irreale nel quale ognuno di noi sembra essere immerso, la condensazione della società dello spettacolo e della società del consumo. A questo proposito i numeri e le lettere degli abitanti hanno un preciso riferimento alla trasformazione dell’individuo in una componente di una somma, di un budget, e infatti sembra suggerire: “the various ways in which society has effectively quantified the individual: identified as a letter-number designation, measured in terms of organ-donor potential, understood as a series of numerical readouts on a superimposed grid, evaluated in terms of the cost of capture and imprisonment”.[1] Perfino il processo a cui va incontro THX 1138 (in seguito alla sua iniziale cattura) e la sua fuga sono una questione di numeri, di budget. Il riferimento alla massa, al consumo, al numero quantitativo è anche il credo che la religione programmatica infonde attraverso i consigli computerizzati del confessionale e degli altoparlanti. L’unica fuga possibile da questo mondo tecnologizzato è il ritorno al mondo reale, alla natura (nell’ultima scena, la prima cosa che THX 1138 vede, uscito dal mondo sotterraneo, è la luce del sole) ma soprattutto il ritorno all’individuo, come avviene quando THX e LUH iniziano ad amarsi e a rivolgersi all’altro e non alla massa indistinta; “an individual who finally finds meaning in his relationship not to the masses, but to another”.[2]
[1] Telotte, Science Fiction Film, Cambridge University of New York Press, 2001, p.140.
[2] Ibidem, p.140.

Dovrebbe essere in uscita il 15/05/09 il film di Clark Gregg. Tratto dall'omonimo romanzo di Chuck Palachniuk narra le vicende di Victor Mancini, un sessodipendente che sfrutta a proprio vantaggio la solidarietà delle persone che incontrerà nei vari ristoranti fingendo di soffocare a causa de cibo andato di traverso. Tutto questo farsi "salvare la vita" da uno degli avventori che successivamente sfrutterà per chiedere del denaro in nome del "legame" che oramai hanno stabilito tra di loro.
Fonte: coming soon.it
Titolo: The Wrestler
Regia: Darren Aronofsky
Sceneggiatura: Robert D. Siegel
Fotografia: Maryse Alberti
Musica: Clint MAnsell
Attori: Michey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Judah Friedlander, Giovanni Roselli, Todd Barry, Ernest Miller, Greeg Bello, Ron Killings, Wass M. Stevens, Elizabeth Wood, Dylan Keith Summers, Mike Miller, Tom Faria, Andrea Langi.
Produzione: Wild Bunch, Protozoa Pictures, Saturn Films, Sessions Payroll Management.
Distribuzione: Lucky Red
Origine: Usa/ Francia, 2008
Durata: 111’

Che cosa sarebbe The Wrestler senza Mickey Rourke?
Non un granché.
L’attore è l’essenza stessa della pellicola di Aronofsky, è lui il fulcro, l’origine, il motivo del dramma. Il regista si eclissa, si nasconde, lasciando che sia l’uomo e la sua storia a prendere forma e sostanza. Questo è evidente, innanzitutto se si prendono in considerazione le precedenti opere di Aronofsky (Pi greco – Il teorema del delirio 1998, Requiem For a Dream 2000, L’albero della vita 2006), film surreali, visionari, indimenticabili, in cui la magia si mescolava alla follia e alla ragione (come dimenticare la visione conturbante e disturbante di Requiem for a dream?); è evidente se si considera che, anche, la sceneggiatura è priva della fervida immaginazione del regista. È qui è lasciata fuori quasi del tutto la sperimentazione (Forse dopo il quasi fiasco de L’albero della vita?). È solo adesso, dopo una visione seppur ancora da metabolizzare e interiorizzare completamente, che mi appare in tutta la sua visione lo scempio per la mancata assegnazione della coppa volpi allo straordinario Mickey Rourke. Questa è la sua vita (abbandonò il successo per seguire la sua passione, il pugilato), qui c’è una parvenza di realismo (tanto caro alla critica nostrana) e la videocamera non può che assecondare i movimenti dell’attore senza apparenti e palesi interferenze artistiche o stilistiche. È già di troppo, la sua unica funzione è di registrazione di una finzione scenica comunque vissuta in prima persona e perciò vera.
Se non fosse Mickey Rourke a simboleggiare il vissuto narrativo che si dipana nella pellicola il film sarebbe una storia già vista, ripetuta fino all’inverosimile, capace solo di apparire nuova ad occhi ancora vergini che non conoscono le membra stanche di uomini falliti e perduti, che non conoscono le gesta di uomini consunti e affamati di libertà e vita.
Ecco perché il film di Aronofsky è un film da vedere, perchè in quei fotogrammi, in quelle scene c’è la vita vera di un uomo che ha vissuto ai margini del successo abbandonato dallo star system hollywodiano, una vita bukowskiana (ha difficili e complicati rapporti con la figlia, frequenta una spogliarellista, fa i lavori più umili, vive ai margini) una vita portata sullo schermo. Tutte le ferite che il lottatore mostra, tutti i laceri della pelle, questo corpo in decomposizione che si sfalda e si martoria per uno spettacolo fittizio è l’emblema della sua filosofia di vita, il suo sentirsi e il suo viversi come corpo e sangue (è questo il mio mondo). Vi ricordate la splendida interpretazione nel film Sin City? (“Finalmente io ho un motivo, uno scopo che mi permette di alzarmi ogni mattina dal letto”).
Dietro la finzione spettacolare dello show c’è il corpo di un uomo che porta con se i propri dolori, il proprio modo d’essere, le proprie cicatrici che appaiono come segni indelebili e non come segni di una finzione cinematografica. Infatti anche se lo spettacolo è una farsa, i pugni e le lotte sono inventate ad hoc, le ferite del corpo e dell’anima sono vere e non si rimarginano facilmente.
C’è la lotta tra il vero e il falso, la lotta di un essere umano che cerca disperatamente un significato alla propria esistenza senza riuscire a trovarlo, accettando la sconfitta e tornando a dissimulare e a sentire.
C’ è solo Mickey Rourke, un lottatore che va incontro alla morte senza paura, tutto il resto è disturbante, è invasivo.
Tutto il resto scompare.
“E odiava la gentilezza ipocrita dei presentatori. Odiava i giochi al telefono. I balletti raffazzonati. Odiava le battute rancide dei comici. E detestava gli imitatori e gli imitati. Odiava i politici. Odiava gli sceneggiati con i poliziotti buoni, i carabinieri simpatici, i preti buffi e le squadre anticrimine. Odiava i ragazzini brufolosi che sarebbero stati disposti ad ammazzare pur di essere ammessi in quel paradiso da quattro soldi. Odiava quelle centinaia di zombie semifamosi che vagavano come bastardi elemosinando una sedia. Odiava gli esperti che si arricchivano sulle tragedie. Sanno tutto. Sanno cos’è il tradimento, la povertà, le stragi del sabato sera, la mente degli assassini. Odiava quando s’indignavano per finta. Quando si leccavano il culo tra loro come i cani ai giardinetti. Odiava i litigi che resistevano il tempo di una scoreggia. Odiava le collette per i bambini africani quando in Italia c’era gente che faceva la fame. Ma la cosa che detestava di più erano le donne. Puttane con le tette rotonde come pompelmi, le labbra gonfie, le facce rifatte con lo stampino. Parlano tanto di uguaglianza, ma quale uguaglianza e uguaglianza? Quando l’immagine che danno è quella di un branco di decerebrate rizza cazzi. Si facevano scopare da qualche stronzo con un po’ di potere per uscire di casa ed essere riconosciute. Donne capaci di passare sul corpo delle loro madri per un po’ di successo. Li odiava tutti, quelli là dentro, al punto che alle volte si doveva trattenere dal prendere la mazza e sfondare quel cazzo di televisore. Vi metterei in fila, uno dietro l’altro, e vi sparerei. Che avete fatto di male? Professate il falso. State rincoglionendo milioni di ragazzini. Mostrando mondi che non esistono. Spingete la gente a rovinarsi per comprarsi una macchina. Mandate in malore l’Italia”.

Chi sono questi mostri invisibili del romanzo di Chuck Palahniuk?
Potrebbero essere chiunque.
Gli emarginati della società o le persone ben integrate nel sistema che nascondono dietro maschere la loro mostruosità invisibile. La struttura della narrazione del romanzo si articola in base ai comportamenti sessuali dei suoi personaggi. C’ è solo apparenza nella nostra vita o anche sostanza? Ciò che appare non è e ciò che sembra è solo un riflesso. Ecco che allora i genitori di Shannon nascondono la loro mostruosità (Morale?) dopo essere stati la causa della morte (apparente?) del proprio figlio; ecco che la stessa Shannon cerca di fuggire dalla propria bellezza (ma per cosa? per noia? per egocentrismo? o per attirare su di se l’amore dei propri genitori?). E nel bel mezzo di questo aggrovigliarsi di vite disilluse e dolorose che cercano una pace interiore affrontando più o meno la propria diversità, la struttura del romanzo ci dice qualcosa di noi, del nostro mondo. Perché nelle storie che ci narra Palahniuk non c’è solo la crudezza di vite vissute al limite, ai margini, all’eccesso, ma c’è la nostra società e la sua linfa corrosiva.
Ecco alcuni brevi stralci:
“I quiz televisivi sono studiati per farci sentire a nostro agio in quei fatti casuali e inutili che sono tutto quel che ci rimane della nostra istruzione”
“Quello che voglio dire è che non puoi evitare il mondo , e non sei responsabile dell’aspetto che hai, se sei belloccia o brutta come la fame. Non sei responsabile per come ti senti o per cosa dici o per come ti comporti o per qualsiasi cosa fai. È tutto fuori del tuo controllo. […] allo stesso modo di un compact disk non è responsabile per quello che c’è registrato sopra, noi siamo cosi. Sei liberà di agire quanto un computer programmato. Sei unica quanto una banconota da un dollaro. […] non esiste nessun reale tu in te. Perfino il tuo corpo fisico, tutte le tue cellule saranno rimpiazzate entro otto anni. Pelle, ossa, sangue, e trapianto di organi da una persona all’altra. Anche quello che già c’è dentro di te, le colonie di microbi e di vermi che mangiano il tuo cibo per te, senza di loro moriresti. Niente di te è tuo fino in fondo. Tutto di te è ereditato. […] rilassati qualsiasi cosa tu stia pensando, un milione di altre persone l’hanno già pensata. Qualsiasi cosa tu faccia, altri lo stanno facendo, e niente di te è responsabile. Tutto di te è sforzo cooperativo. […] sei un prodotto del nostro linguaggio e di come sono le nostre leggi e di come crediamo Dio ci voglia. Ogni minima molecola di te è già stata pensata da qualche milione di persone prima di te. Qualsiasi cosa tu faccia è noiosa e vecchia e va perfettamente bene. Vai sul sicuro perché sei intrappolato dentro la tua cultura. Qualsiasi cosa tu concepisca va bene perché riesci a concepirla. Non riesci a immaginare nessuna via di fuga. Non c’è via di scampo. Il mondo è la tua culla e la tua trappola. […] e se puoi trovare una via d’uscita dalla nostra cultura, anche quella è una trappola. Basta voler uscire dalla trappola per rafforzare la trappola. […] il modo migliore è di non combattere, lascia perdere. Non cercare sempre di aggiustare le cose. Quello da cui scappi non fa che rimanere con te più a lungo. Quando combatti qualcosa, non fai che renderla più forte.[…] non fare quello che vuoi. Fai quello che non vuoi. Fai quello che sei allenata a non volere. Fai le cose che ti spaventano di più”
“Perché la bellezza è potere allo stesso modo in cui il denaro è potere allo stesso modo in cui una pistola carica è potere”
“Scopri il valore in quel che ti hanno detto che non vale nulla. Scopri il bene in ciò che il mondo dice che è male. Scopri quello di cui hai paura e vacci a vivere”
Quanto è vero, ancora oggi?

Bernard Beckett, Genesis, Rizzoli
Questo è un romanzo particolare.
Molto particolare.
Una storia che mi ha incollato alle sue pagine per ben due notti di fila.
Dialoghi che mi hanno entusiasmato e che a volte ho dovuto rileggere, tanto erano intensi e pregni di buone idee (attenzione tema predominante della storia ).
Che cosa rende l’essere umano diverso da una macchina?
Le emozioni? La coscienza? L’anima? E se fossero solo idee che come parassiti ci hanno contagiato, nascondendoci la verità?
È questo il più grande dilemma della nostra vita, oggi.
Che differenza c’è tra l’uomo e l’intelligenza artificiale?
Esiste veramente una differenza?
Le risposte a questi dilemmi si dipanano durante il duello tra Adam Forte e Art, intelligenza artificiale.
La storia ci viene raccontata da Anax, studentessa molto dotata, durante la sua prova di ammissione all’Accademia: Adam Forte è il tema del suo esame. E attraverso questo esame (che dura cinque ore) scopriremo il destino della nostra specie e del nostro futuro fino ad un finale sorprendente.
L’autore Bernard Beckett, a lungo insegnante di teatro, matematica e letteratura inglese, ha fatto parte di un gruppo di studio sulle mutazioni del DNA. E questa esperienza lo ha portato a scrivere questa storia entusiasmante.
La scelta di ambientare le vicende all’interno di un esame accademico ha permesso di sviluppare appieno alcune delle teorie e considerazioni maturate in quelli anni. L’autore “sfrutta” appieno la sua arma migliore: il teatro. Infatti i dialoghi sembrano quasi essere pronunciati ad alta voce dai protagonisti.
Come è solito ecco alcuni brevi stralci del romanzo:
“Tu ti burli di me perché il mio tempo di vita è breve, ma è proprio questa paura di morire che soffia in me la vita. Io sono il pensatore che pensa il pensiero. Io sono curiosità, io sono ragione, io sono amore e sono odio. Io sono indifferenza. Io sono il figlio di un padre, che a sua volta è il figlio di un padre. Io sono la ragione per cui mia madre ha riso e la ragione per cui mia madre ha pianto. Io sono lo stupore e io sono stupefacente”
“Ogni battito del mio cuore è un altro momento segnato, un altro prezioso istante che mi allontana dalla vita che ambisco vivere. […] Io non posso scegliere di ignorare questa sensazione della vita che lentamente mi sanguina fuori. Non posso ignorare il fatto che la vita per me ha senso solo quando vedo un sorriso, o sento un’altra mano nella mia”
“non è la coscienza ciò a cui vi aggrappate, perché come ti ho dimostrato la coscienza si crea facilmente. È l’eternità ciò a cui aspirate. Dal momento in cui è stata promessa l’anima, l’umanità è stata incapace di distogliere lo sguardo. Quest’anima di cui parli ti parla a sua volta di paura. E l’idea che prospera nei tempi di paura è l’Idea che non verrà mai schiacciata. L’anima vi offre conforto, e in cambio chiede solo la vostra ignoranza. È uno scambio che non potete rifiutare. Ecco perché inveisci contro di me. Perché sei terrorizzato dalla verità”
Ho gli occhi fissi, immobili, lanciati come frecce sul soffitto della camera. Osservo il pallido sole esteso dalle pennellate di un anonimo imbianchino, le leggere brezze di piccole ragnatele legate ad invisibili punti. Abbasso gli occhi e di fronte si staglia un crocifisso in legno; ma è soltanto il riflesso di un’immagine proiettata da un piccolo specchio. Il peso del sacrificio è saldo sopra il mio capo, ancorato alla forza di una solida costruzione di cemento. Accarezzo con un lento sguardo la mia mano, una foglia consunta riversata sulle rive di un azzurro lenzuolo; le braccia stese come cadaveri al tramonto di una feroce battaglia. Si apre la porta. È Maddalena: mia moglie. Mi sorride e va ad aprire la finestra. Dice che c’è cattivo odore in questa stanza. Vorrei alzarmi e abbracciarla, donarle la giovinezza smarrita, il sorriso, i giovani sogni. Ieri sera è venuto il prete al capezzale del mio dolore, offrendo parole di conforto, di speranza, di vita. I miei occhi urlavano, strepitavano, gridando al vento: Frate è questa la vita? Avere un corpo come folle carne astratta, fluttuante, che eiacula sofferenza, carcassa sconquassata dalle isterie della vista, inganno della natura, suppellettile di ghisa. Fuori inizia a piovere e Maddalena chiude la finestra, fa freddo, dice. Vorrei una sigaretta, vorrei stringerla tra le mani, soddisfatto dopo una notte di amore. C’è odore di vecchio, odore di mobili mangiati da piccole invisibili termiti. Mi bruciano gli occhi, mi brucia il cuore, vorrei prendermi a morsi, staccare ogni minima parte di me stesso; vorrei essere una goccia che si perde nell’oceano. Maddalena ha accesso la radio. Chiudo gli occhi. Le distanze si dissolvono, io e lei, avvinghiati l’uno all’altra, giovani, belli, pieni di speranze; ci baciamo a lungo, avvolti, con le gambe intrecciate. Apro gli occhi. Lei è lì, la mia Maddalena. Siamo in sala d’attesa nell’anticamera della morte. Ci sono uomini che camminano, che possono amare le loro donne, che possono usare il proprio corpo, che decideranno sul mio destino. Io non ho più destino, io sono al confine, al varco tra la vita e la morte: io non vivo e non muoio. Fuori inizia a piovere sempre più forte. Maddalena vuole che le parli, ha preso l’alfabeto di plastica e lo tiene in mano e i miei occhi iniziano a dialogare con le sue mani. Tutta la furia e il rancore del mondo si sono concentrati in questo diluvio che tormenta e violenta le fronde degli alberi che scuotono la finestra, non dà loro tregua, non li lascia respirare: temo che non finirà mai. |
Vi invito a leggere la recensione su "Viscere" nel sito www.girodivite.it
http://www.girodivite.it/Viscere-un-libretto-nero.html

5. Quarta Mutazione: la carne e l’interazione virtuale
“Se io voglio essere il gioco, anche il gioco vorrà essere me”[1]
Con eXistenZ sembra concludersi l’indagine di Cronenberg sul rapporto tra l’uomo e la tecnologia. Quest’ultima opera ha fatto storcere il naso a qualche critico, il regista è “stato tacciato di aver riproposto riflessioni già sviscerate nei suoi precedenti capolavori”.[2]
Se è pur vero che il film ha molto in comune con le opere precedenti, specialmente con Videodrome, c’è un ulteriore balzo in avanti nell’analisi di Cronenberg. L’opera esce nello stesso periodo di uno dei più recenti “capolavori” della fantascienza contemporanea Matrix dei fratelli Wachowski (1999), in un periodo storico che celebra l’avvento della tecnologia digitale e dei videogame. Il millennio non a caso si concluderà con l’uscita di un software destinato a stravolgere il mondo dei video ludici e degli appassionati di informatica: Second Life. Un software capace di realizzare un mondo virtuale parallelo, visitabile, abitabile e modificabile da chiunque attraverso una connessione ad internet e per mezzo di personaggi chiamati avatar, una sorta di alter-ego virtuale dell’utente connesso.
Questo film è la summa filosofica della realizzazione di questa dimensione, di questa nuova interazione tra l’uomo e la tecnologia.
Tuttavia l’idea di partenza è quella di narrare la vicenda dello scrittore Salman Rushdie, colpito dalla Fatwa per il suo romanzo Versi Satanici, da questa idea il regista trae spunto per traslare la stessa vicenda sulle sorti di un game designer, perseguito da un movimento segreto che vuole distruggere il gioco eXistenZ, da lui creato, perché interferisce troppo contro la realtà. In questo film si mettono in luce i temi già visti nei lavori precedenti: la paranoia, il complotto, il rapporto con la tecnologia, lo scivolamento tra mondo reale e virtuale e l’impossibilità per chi né è coinvolto di distinguerli.
Il passo ulteriore è il gioco stesso, è la realizzazione della simulazione che porta a compimento quella commistione attiva tra uomo e macchina. Non si tratta più di uno slittamento allucinatorio come in Videodrome o di un atto creativo come in Il pasto nudo, qui c’è la riconfigurazione totale dell’essere umano. Come nei precedenti film le macchine prendevano vita, pulsavano intrise dei desideri dei personaggi, in eXistenZ “il Game-Pod, è vivo, fatto di carne sintetica, la Meta-Flesh, che entra in contatto diretto con il sistema nervoso del giocatore tramite un connettore inserito nella spina dorsale all’altezza della vita, il Bioport. Questa connessione sparata da una apposita pistola, ha tutto l’aspetto di un orifizio sessuale (come altre volte in Cronenberg: basti ricordare la vagina nell’ascella di Rose in Rabid e la lunga cicatrice sulla gamba di Gabrielle, con cui James fa l’amore in Crash)”.[3]
La definizione di eXistenZ tra l’altro è: il nuovo audace sistema di gioco, che vien scaricato nell’uomo, accede al suo sistema nervoso trasportandolo dentro e fuori la realtà.
In questa “seconda ontologia” tutto è da reinventare, ruoli, identità, personaggi: essa diventa il mondo ideale per la “nuova carne”, per il corpo della mente. È qui che si realizza pienamente la metafora della duplice implicazione tecnologica sulla vita quotidiana: non è più soltanto la macchina ad essere un’appendice dell’uomo ma esso stesso diventa una sua appendice. L’integrazione è totale.
Se all’inizio della sua analisi il regista annotava un cambiamento bio-tecnico nell’essenza dell’uomo, testimoniando la “caduta” del confine tra reale e irreale adesso si trova alle prese con un mondo alternativo a tutti gli effetti reso attraverso la potenza del gioco del ruolo interattivo. Questa nuova tecnologia non ha più lo scopo di plasmare e modificare il reale sovvertendo l’ontologia tra lo spettacolo e la realtà perché ha realizzato un mondo “altro”, uno spazio “zero” che ha bisogno del suo videogiocatore per costruirsi e fondarsi come entità ontologica a tutti gli effetti.
Il nuovo tentativo di fusione tra tecnologia e essere umano, rappresentato in una sorta di ulteriore variante sessuale tra il corpo dei protagonisti e il corpo del proprio Game - Pod, da vita ad una nuova identità che nel mondo virtuale, inverosimilmente, appare nella sua forma concreta di “nuova carne”.
È questo il mondo potenziale al quale ci stiamo avvicinando?
Secondo le prospettive che si annunciano sembrerebbero proprio così: il mondo di Second Life aumenta il numero di iscritti ogni giorno, i social network come Face Book, You Tube sono ormai divenuti comunità popolatissime, le comunità di giochi on-line sono diffusissime, il commercio via internet prende sempre più piede. Sembrano avverarsi le profezie del movimento del cyberpunk, e forse un domani potremmo vivere anche “fisicamente” attraverso l’utilizzo delle bio-porte nel mondo virtuale.
I nickname, gli avatar sembrano essere, ad oggi, le nuove estensioni del nostro corpo e all’orizzonte si prospetta, in attesa del “trasferimento fisico”, un nuovo ruolo per il nostro pianeta, o forse un ritorno ad una visione cattolica dell’esistenza: siamo qui solo di passaggio, l’altra vita è di là, nel mondo virtuale.
Bibliografia
1) Michele Canosa, David Cronenberg. La bellezza interiore, Le mani – Microart’s, 1995.
2) La carne e il metallo – visioni di storie del pensiero del Cybermondo, Editrice il Castoro, 1999.
3) Luigi Cappuci, Il corpo tecnologico. L’influenza delle tecnologie sul corpo e sulle sue facoltà, Baskerville, Bologna, 1994.
4) Antonio Caronia, Il Cyborg, saggio sull’uomo artificiale, Shake edizioni underground, Villanovetta di Verzuolo (CN), 2001.
5) J. Ballard, Crash, Feltrinelli, 2004.
6) Garage, Cinema Autori Visioni, David Cronenberg, Scriptorium, 1997.
7) Gianni Canova, David Cronenberg, Il Castoro Cinema, 2000
8) Mirrorshades - L’antologia della fantascienza cyberpunk, a cura di D. Brolli e A. Caronia, Bompiani, Milano, 1994.
9) Fabio Ciotti – Gino Roncaglia, Il mondo digitale – introduzione ai nuovi media, Editori Laterza, Roma-Bari, 2005.
10) Luca Bandirali – Enrico Terrone, Nell’occhio, nel cielo – Teoria e storie della fantascienza, Lindau, 2008.
11) David Poursh, The Soft Machine. Cybernetic Fiction, Methuen, London 1985.
12) J. Baudrillard, Lo Xeroc e l’infinito, in La scena immateriale, Costa & Nolan, Genova, 1994.
13) Scott Bukatman, Terminal Identity, Duke University Press, 1993.
14) Eric J. Hobsbawn, Il secolo breve, Rizzoli, 1997.
Riviste consultate:
I. Il Cinematografo
II. Cineforum
III. Sight & Sound
Dal blog di Beppe Grillo:
Un ragazzo è morto fulminato mentre lavorava. Si chiamava Giuseppe Gatì. A lui ho dedicato il primo post dell'anno. Mi aveva colpito il suo grido disperato a favore del giudice Caselli e del pool antimafia nell'indifferenza e nell'ostilità di decine di persone. Giuseppe fu bloccato, identificato e trattenuto per ore in una stanza. E' stato riportato che la sua morte è dovuta a un incidente e che è stata aperta un'inchiesta. Il blog ne seguirà gli sviluppi.
Mentre scrivo ho in mente le parole della "Canzone del maggio" di Fabrizio De Andrè:
"E se credete ora - che tutto sia come prima - perché avete votato ancora - la sicurezza, la disciplina - convinti di allontanare - la paura di cambiare - verremo ancora alle vostre porte - e grideremo ancora più forte - per quanto voi vi crediate assolti - siete per sempre coinvolti...".
Ieri è stato inserito un commento dedicato a Giuseppe che riporto.
"Stamattina Giuseppe Gatì è morto.
Incredibile, vero? Noi l’abbiamo visto con i nostri occhi e ancora non ci crediamo.
Giuseppe è morto mentre lavorava: era andato a prendere il latte da un pastore ed è morto fulminato mentre apriva il rubinetto della vasca refrigerante del latte. E’ morto dentro una bettola di legno, sporca.
E’ morto un amico, una persona pulita, con sani principi. Chi ha avuto modo di conoscerlo sa che raro fiore fosse.
Voleva difendere la sua terra, non voleva abbandonarla, era rimasto a Campobello di Licata, un paesino nella provincia di Agrigento che offre poco e dal quale è facile scappare. Lavorava nel caseificio di suo padre, con le sue “signorine”, le sue capre girgentane, che portava al pascolo. Era un ragazzo ONESTO, con saldi principi volti alla legalità e alla giustizia. Aveva fatto di tutto per coinvolgere i dormienti giovani Campobellesi, affinchè si ribellassero contro questa società sporca e meschina.
Era troppo pulito per vivere in mezzo a questo fetore e a questo schifo.
Aveva urlato “VIVA CASELLI! VIVA IL POOL ANTIMAFIA!” era stato anche criticato per questo, ma aveva smosso queste acque putride e stagnanti che ci stanno soffocando.
Era un ragazzo dolcissimo, dava amore, desiderava amore.
Suo padre oggi ha detto, distrutto dal dolore, in lacrime: “Sono sempre stato orgoglioso di mio figlio, anche se a volte ho dovuto rimproverarlo, solo perchè mi preoccupavo per lui. Ma sono orgoglioso di lui per tutto quello che ha fatto.” Giuseppe questo lo sapeva.
Anche noi, Alessia, Alice e tutti i suoi amici siamo orgogliosi di lui. Non sappiamo come esprimere il nostro dolore. Ancora non riusciamo a crederci.
Vi lasciamo con le sue parole:
'E’ arrivato il nostro momento, il momento dei siciliani onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto, abbiamo l’obbligo morale di ribellarci'."


3. Seconda Mutazione: la carne e la scrittura
“Ah sì! E che mi dici del rischio di poter censurare i tuoi pensieri migliori? I tuoi più onesti, reali, primitivi pensieri. E a questo che porta il tuo laborioso riscrivere Martin.”[1]
Il pasto nudo è tratto dall’omonimo romanzo di William Burroughs, scrittore molto apprezzato dal regista canadese che in un intervista ha dichiarato: “Burroughs ha avuto una straordinaria influenza su di me quando pensavo che sarei divenuto uno scrittore. Quando cominciai a leggere Burroughs vissi un’esperienza di totale identificazione, pensavo <Mio Dio, ma è proprio così anche per me!>”.[2]
Anche qui, come in Videodrome, abbiamo una resa “carnale” della commistione tra uomo e macchina. La macchina da scrivere diventa il mezzo attraverso il quale si materializza “il corpo della mente: ciò che Bill (Peter Weller) crea è fisicamente presente, ha un peso, fa pressione. Ha vita”.[3]
La macchina da scrivere, similmente agli schermi televisivi in Videodrome, soffre, vive, ama. La tecnologia è rappresentata da un corpo pulsante capace di prendere vita, assumere una forma sessuata che cerca di penetrare, di fondersi con l’essere umano (memorabile la scena in cui Bill e la signora Frost mentre cercano di fare l’amore sono assaliti da una macchina da scrivere trasformatasi in un bruco sessuato, che cerca di unirsi all’amplesso). Le macchine da scrivere dialogano con il proprio scrittore, entrano letteralmente nel processo di creazione, sono esse stesse la creazione. “L’arte non è altro che il meccanismo puntuale di un apparato tecnologico senza dimensioni liminari”.[4]
La macchina da scrivere ha bisogno del suo “scrittore” per essere, come lui ha bisogno della sua macchina da scrivere per poter “essere”, per poter esprimere liberamente la sua soggettività.
Ma in questo processo lo scrittore si trova imbrigliato in un sistema che lo lega alla natura della macchina, ed essa diventa, come metafora privilegiata, il luogo di lacerazione dell’individuo, l’incoerenza tra la paura per la meccanizzazione della vita e del lavoro e l’attrazione per la geometria e la purezza della macchina.
La tecnologia diventa il simbolo di una duplice attrazione, quindi, di un duplice significato, da un lato abbiamo la paura di una proliferazione degli apparati tecnologici di repressione e controllo (Bill non si fida molto delle sue macchina da scrivere, teme di essere vittima di un complotto) e dall’altro lato l’attrazione per uno strumento di liberazione ed espressione. “Nella mitologia apocalittica di Burroughs, la morbida macchina è il puro, l’ultimo strumento di controllo di un qualche maligno e onnipotente complotto del governo, dei media, di ciò che Burroughs chiama Nova Police, agenti di tecnologia”.[5]
In questo senso il film si pone sulla stessa linea di Videodrome, in quanto Bill, come Max Reen che era stato invischiato in un complotto contro la libertà individuale (la sua riprogrammazione avrebbe permesso al segnale di Videodrome di diffondersi nell’etere e permettere il controllo delle menti), si ritrova nel bel mezzo di una congiura (inizialmente gli viene affidato il compito di recarsi nell’interzona per redigere dei rapporti per conto dell’organizzazione, dopo viene assunto come agente dall’organizzazione di spionaggio avversa per controllare la frontiera di Annexia) della quale non comprende il senso e il significato. Il tutto in un clima di totale paranoia, che ben rappresenta questa sorta di ambivalenza che permeava i meandri degli anni ottanta nei confronti della tecnologia; un clima che permette al regista di fornire una visione allucinata del cambiamento, della mutazione, della lacerazione senza prendere posizione.
L’ambivalente atteggiamento nei confronti della tecnologia era una sensazione comune, sentita in modo speciale per quanto riguardava la produzione economica, che rifletteva la paura dell’essere umano di essere sostituito nella sua abilità dalla macchina, e quindi di perdere il lavoro e il suo ruolo sociale. Un trauma che rispecchiava lo iato profondo che si stava aprendo tra il vecchio sistema fordista e il nuovo sistema postfordista.
Cronenberg cerca di sfatare la visione “unilaterale” della potenza dei mezzi di comunicazione e dei mezzi di produzione, contravvenendo a quanto sosteneva Guy Debord, il quale affermava che non esiste più un senso di partecipazione collettiva alla creazione culturale, economica, sociale, e che questa situazione implicava un progetto di controllo sociale. Il regista lo fa, non solo proponendo una semplice simbiosi tra essere organico e non organico, ma mostrando che nel bel mezzo di questa lacerazione, di questo attrazione ambivalente, la mutazione in atto si svolge in entrambi i sensi, perché il processo di comunicazione, per esempio, è un atto che può realizzarsi soltanto dalla compartecipazione attiva tra il ricevente e il mandante. E non è un caso, quindi, se nei suoi film vi è una partecipazione sensoriale tra l’uomo e la macchina. Un atto che preannunciava l’imminente arrivo del digitale.

“Un cadavere dista centinaia di corpi
Un cadavere dista migliaia di occhi
Un cadavere dista miliardi di cumuli di terra.
Un proiettile sfonda il cranio
Un proiettile salva il corpo
Un proiettile cuce una medaglia.
Un angelo divora il tumore.
Un diavolo divora la stirpe.”
La morfina non dilata, non distende.
Nella mente scorrono come fotogrammi di pellicole decadenti galassie terrene.
Mi sento accartocciato come una lamiera di carne, maciullato nella psiche. Rinchiuso all’interno del cerchio santo della provvidenza divina: parole di vomito logicamente ingerite.
Al di là: voci che si spezzano, corpi che si infrangono, diventano suppellettili cromate da occhi artificiali.
L’intellettuale si adopera per redigere la strada, per piegare il cerchio della storia. Ma lui sa, che la storia è inevitabilmente una sostanza che si dilata sorvolando intorno al suo sistema di precisione e infallibile ripetizione. Lui sa che è costellata da un male che sporadicamente scompare e nel suo riemergere incrementa la voragine.
Il buco dell’essere umano.
Il buco dell’anima.
Occhio pendente, la vista è storpia.
Il dente sventra l’aria, morde l’ossigeno ammucchiato in mura calde e accoglienti.
Ho visto giocare la partita dell’apocalisse:
Scacco matto al re bianco.
Scacco matto al re nero.
Regina bianca divorata dall’alfiere nero.
Regina nera divorata dall’alfiere bianco.
Gli alfieri sono in guerra, senza re né regno.
Divorano la terra, bruciano il popolo.
L’occhio artificiale scruta l’orizzonte da destra a sinistra, confini labili, sfumature di odori aspri, traffico di voci, precipizi di ombre, parole schiacciate, sottili.
La vita mostra le sue fauci, i diseredati cadono.
A vilde Chayes ( pubblicata su "Il Manifesto del 17/1/2009, p.6)
Le miei nonne, quando mi raccontavano i pogrom in Russia oppure quelli dei nazisti che hanno massacrato 1500 ebrei in piazza a Rokitno, dove la mia nonna materna è cresciuta e dove ha perso 33 famigliari tra cui tanti bambini; tra una lacrima all’altra chiamavano quegli assassini " a vilde chayes"- traduzione letteraria dal Yidish sarebbe animali selvatici ma il significato è più vicino a "bestie feroci".
In questi giorni, scioccata e scossa dal massacro nella striscia di Gaza , di fronte a queste immagini e testimonianze di crudeltà, non posso che ripetere e ripetere queste parole in yidish "a vilde chayes ". Abbiamo vissuto anche "Sabra e Shatila", ma questa volta il massacro è così perfetto. Niente si può nascondere nemmeno dietro la menzogna più "intelligente". Qui non ci sono le Milizie Falangiste. La gloria è tutta di Tzahal- l’esercito israeliano. In realtà non c’è da stupirsi. L’occidente ha dato tutto il suo aiuto e appoggio perchè potesse succedere. Usa e Italia in testa. Dal 11 settembre 2001, Israele ha aumentato del 60% le sua produzione ed esportazione di prodotti per la sicurezza e la lotta al terrorismo. Terrorismo, nato e cresciuto nel medio oriente legato al conflitto israelo palestinese e all’esistenza dello stato d’Israele. Mentre il terrorismo palestinese fu presentato come una atrocità nata dal nulla, per puro odio di Israele, Israele ha potuto fortificare e perfezionare la sua macchina militare fino ad arrivare all’uso del fosforo contro la popolazione Libanese nel 2006 ed ora contro i palestinesi. Mark Regev il portavoce d’Israele ha detto alla tv che Israele usa soltanto "armi democratiche". I piloti dell’esercito israeliano che hanno da sempre bombardato i palestinesi dal alto non sono mai stati chiamati terroristi.
Dimenticata la tragedia palestinese del 48, dimenticati gli oltre 400 villaggi palestinesi rasi al suolo, dimenticati i profughi palestinesi, dimenticata soprattutto L’OCCUPAZIONE che dal 1967 ha permesso ad Israele di fare di tutto: di non rispettare nessuna legge internazionale, di confiscare, insediare, ammazzare, arrestare, torturare, chiudere università, soprattutto quelle democratiche, di appoggiare economicamente le università musulmane, di costruire il muro, bloccare la mobilità civile con i check point, di permettere ai coloni fascisti di tagliare gli ulivi e di sparare sui contadini palestinesi, di costruire strade per i coloni e distruggere case dei palestinesi, di non prendere in considerazione le denunce legali dei palestinesi contro i crimini dell’esercito.
Dal ritiro israeliano dalla striscia di Gaza nel settembre 2005, Israele ha creato con furbizia l’immagine di chi ha fatto "un sacrificio" ma in realtà continua ad occupare la striscia di Gaza con la piena consapevolezza dell’occidente e dell’Unione Europea. La vita dei cittadini della striscia è peggiorata. Israele controlla il porto, la mobilità, proibisce il passaggio dei viveri e delle merci, dei medicinali, dei carburanti e l’elettricità Blocca i pagamenti, separa famiglie tra la striscia e la cisgiordania. Non dà permessi di lavoro, non lascia pescare. Più del 80% della popolazione palestinese nella striscia di Gaza vive oggi in condizioni incettabili di povertà.
Mentre tutta questa macchina militare israeliana cresce e si perfeziona, mentre la cultura militare penetra sempre di più nella società israeliana, in Italia si festeggiano i 60 anni d’Israele elogiando "l’unica democrazia" del medio oriente. Italia invita Israele come ospite d'onore alla fiera del libro a Torino, per festeggiare il suo alto livello culturale rifiutando ogni protesta contraria e ignorando completamente l’occupazione, mentendo e dicendo che si deve separare la cultura dalla politica. Non solo. avvertendo la gravità e il pericolo di antisemitismo proveniente da chi osa protestare contro questa presenza culturale. Ma dentro lo stand d’Israele si vendeva altro che solo cultura: oltre ai libri c'erano i prodotti cosmetici "Ahava" che noi israeliani contro l’occupazione boicottiamo perché sono prodotti da una azienda dei coloni. Ci sono i vini del Ramat Hagolan- e chi si ricorda che il Golan appartiene alla Siria? Israele è solo cultura e democrazia. Ci sono i depliant turistici che ti invitano a visitare Israele ignorando l’occupazione e vendendo le bellezze della città vecchia di Gerusalemme come fosse solo città Israeliana.
Se succede qualcosa agli israeliani si deve difendere Israele e fare giustizia, sempre e a prescindere dall’occupazione, perciò: colpire i "veri" colpevoli: I palestinesi. Sinistra come destra. Fini diventa il più grande amico d'Israele. Il partito democratico dà una mano all’istituto Peres e diverse regioni italiane appoggiano economicamente gli ospedali israeliani per curare lì i bambini palestinesi, a prescindere dell’occupazione, quando le donne incinte non hanno il permesso di passare il check point per partorire, quando i bambini vengono feriti dai soldati israeliani, quando gli ospedali palestinesi rimangono quasi privi di tutto per via dell’occupazione, quando nessuno può svolgere una vita normale.
In 60 anni Israele è riuscita a manipolare la Shoa per giustificare tutto. In nome della Shoa si deve usare la forza , si deve educare al nazionalismo, si può disprezzare il medio oriente culturalmente poco occidentale, si possono creare alleanze con governi che hanno parlamentari fascisti.
Perché no? Contenta anche la comunità ebraica italiana. Di fronte a questo massacro è possibile che non ci sia almeno un rabbino in Italia che alza la voce contro i crimini d’Israele? Oppure, qualcuno ha paura per il suo posto di lavoro alla comunità?
Senza la fine dell’occupazione e senza un piano di una giusta pace, Israele diventerà sempre più feroce e crudele, Hamas e i movimenti islamici integralisti si rinforzeranno e cresceranno. Le prossime generazione non avranno nessun futuro. Nessuna possibilità di conoscere la democrazia.
Il medio oriente diventerà una esplosione di odio, di sofferenze e di morte.
La giornata della memoria è alle porte . Mentre ricevo un e-mail con l’invito: "Per ricordare come l’uomo talvolta possa essere più crudele di una bestia feroce" , ricevo un altro e-mail da Israel. Il tenente colonnello israeliano, Yoav Tal, ha detto in un dibattito : "secondo me, bisogna farlo (il massacro) più forte, Dresda, Dresda, Sterminare la città!"..
Sabato sarò a Roma per manifestare contro il massacro e per gridare di
fermare immediatamente i Vilde Chayes. Sarò la con i mie amici palestinesi e israeliani contro l’occupazione. Non bruceremo le bandiere ne utilizzeremo la svastica e la stella di Davide. Andremmo insieme
mettendo sul vestito una striscia di stoffa nera strappata, come si strappa un pezzo del vestito nel lutto ebraico. Vi invito a manifestare assieme a noi contro il massacro, condividere con noi il lutto per la morte dei bambini e cittadini innocenti, lutto per la morte delle democrazie dei paesi occidentali che ignorano per anni la terribile occupazione israeliana e che consentono a Israele di perfezionare sempre di più la sua macchina militare. Teniamo la striscia nera anche nel giorno della memoria perché si fermi il massacro e perché la memoria della Shoa diventi un appello al rispetto pieno dei diritti umani in tutto il mondo per tutti i popoli.
Per ricordare che l’unica arma contro la violenza è la pace.
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Ronit Dovrat, israeliana contro l’occupazione.
Vice presidente dell’associazione Zeit U za’atar - palestinesi e israeliani residenti in Italia per una pace giusta.

2. Prima Mutazione: la carne e il video segnale
“Dopotutto non c’è nulla di reale al di fuori della nostra percezione
della realtà, non è vero? Non sei d’accordo anche tu?” (0)
Videodrome è da molti considerato il manifesto dell’opera cronenberghiana, una visione agghiacciante, profetica del potere della televisione, la quale si sostituisce agli organi di senso diventando a sua volta un nuovo organo. Andy Warhol definirà il film come il nuovo Arancia Meccanica.
L’ibridazione tra uomo e macchina irrompe con quest’opera nella vita quotidiana, “Cronenberg ci mostra un mondo che è inequivocabilmente il nostro – pur se all’ennesima potenza – con una televisione pervasiva, morbosa ma domestica, elemento costitutivo della nostra vita quotidiana ma al tempo stesso catalizzatrice di pulsioni così potenti da trasformare il mondo attorno a noi, da cancellare ogni confine stabile tra l’esterno oggettivo, dato al di fuori di noi, e l’interno del vissuto psichico, delle fantasie sessuali e delle pulsioni di morte”(1).
Infatti la natura ibrida tra uomo e macchina è realizzata in modo tale da sottolineare una rappresentazione quotidiana della tecnologia, a differenza, per esempio, di un film come Robocop di Paul Verhoeven, dove la commistione è data per mezzo di una collisione tra la violenza della criminalità e la violenza delle istituzioni.
Per tutta la durata del film il regista non ci mostra alcun tipo di tecnologia specifica che effettua la trasformazione del protagonista in un essere ibrido: le cassette che da una fessura apertasi nel suo ventre egli inserisce nel suo organismo e la pistola vischiosa di fluido organico che uscirà a sua volta dalla stessa fessura, sono immagini che realizzano la trasformazione di Max Renn in un elemento del Videodrome, ma questa trasformazione è l’effetto diretto della televisione.
Max rappresenta la “nuova carne”, l’uomo che ha incorporato in se un nuovo organo, una sorta di appendice del mezzo televisivo, del segnale. Se come sostiene O’ Blivion (il dottor, mass-mediologo che parla solo tramite video) “Lo schermo televisivo è la retina dell’occhio umano. Dunque lo schermo televisivo è una parte della struttura fisica del cervello umano. La televisione è la realtà, e la realtà è meno della televisione” e anche vero che l’essere ibrido che ha sviluppato un nuovo organo risulta essere un’appendice del mezzo televisivo (della macchina). L’uomo ibrido è lo strumento attraverso il quale si realizza la “rete neurale” della telematica. I mezzi sono l’esteriorizzazioni del nostro corpo allo stesso modo come noi siamo diventati le loro esteriorizzazioni. Sembra un assurdo ma in realtà la commistione sembra rivelarsi in entrambi i sensi. Max Renn diventando una sorta di uomo/videoregistratore, programmabile come un robot vivente da una bieca mente occulta, è una nuova entità che può permettere la vita al segnale di Videodrome. I barboni delle strade instupiditi davanti a centinaia di schermi video sono le particelle di un unico complesso organismo; in questo senso abbiamo un’anticipazione del futuro potere di Internet.
Guardare la televisione aiuta a sentirsi parte della grande tavolozza del mondo, e il mondo è diventato simile alla televisione (la realtà è meno della televisione). Rinunciare a tale organo, significherebbe l’amputazione dell’organismo e la simultanea obsolescenza di tale organo. Tra l’uomo e i mezzi di comunicazione c’è una sorta di immedesimazione, l’uno si fonde nell’altro in un esperienza tattile, lo scivolamento tra mondo reale e mondi virtuali, l’impossibilità di discernere il confine. La dimensione psichica dell’uomo, la sua dimensione privata sfora, trasborda, viene assorbita, trasmessa, e la nostra pulsione inizia a sentire la “chiamata”. Il punto in cui si incontrano il sistema dei media e il nostro sistema nervoso.
Questa esperienza tattile non avviene più attraverso il contato ma è una sensazione mentale, quasi spirituale, che esclude la pesantezza della carne che viene intrappolata in immagini virtuali, in aria da annusare (etere) : “la tattilità non ha più il senso organico del toccare: implica semplicemente la contiguità epidermica dell’occhio e dell’immagine, la fine della distanza estetica dello sguardo”(2).
Ma questa visione, questa esperienza tattile non può essere soltanto una vaga sensazione immateriale, è un mondo che secondo Cronenberg dovrebbe diventare carne, la “nuova carne”, come sostiene O’ Blivion: “le visioni si radicavano, divenivano carne, tanta carne che continuava a crescere. Quando mi rimossero il tumore lo chiamarono Videodrome”.
L’esperienza visiva che ci offre Cronenberg della televisione è emblematica, allucinante, ma preannuncia l’arrivo imminente di una società basata sullo spettacolo, una vita reale dove le distanze tra virtuale e reale perdono il loro significato, una realtà dove tutto è possibile. Soprattutto un mondo in cui la realtà oggettuale finisce con lo sfaldarsi in un sistema personale di allucinazioni, percorso così soggettivo da essere difficilmente interpretabile nell’ottica di una sola, vera realtà.
Questa opera sovversiva, quindi, predice la visione di un sistema che avrebbe invaso prepotentemente la nostra realtà; una realtà che negli anni ’90 persegue con pervicacia la trasformazione del mondo in favola e della realtà in spettacolo: "il fattore decisivo di questo salto di scala è il diffondersi delle interfacce grafiche e delle connessioni in rete, attraverso le quali il villaggio globale giunge a compimento”(3). Un tema che il regista canadese riprenderà successivamente nel film eXistenZ.
Note:
0) Cronenberg, Videodrome, 1982.
1)Antonio Caronia, Il Cyborg, saggio sull’uomo artificiale, Shake edizioni underground, Villanovetta di Verzuolo (CN), 2001, p.80.
2)J. Baudrillard, Lo Xeroc e l’infinito, in La scena immateriale, Costa & Nolan, Genova, 1994, p.163.
3)Luca Bandirali – Enrico Terrone, Nell’occhio, nel cielo – Teoria e storie della fantascienza, Lindau, 2008, p.216.
Il racconto vincitore del numero dell'a-zine di Gennaio è Strega di Milena Esposito.
racconto scaricabile direttamente da qui:
http://www.scrivereinmovimento.org/downloads/A-ZINE/A-Zine-n_6-Strega-di_Milena-Esposito.pdf
Ecco la presentazione dell'autrice:
Strega non nasce come altri miei racconti, strega è un’accusa, è un urlo; strega è l’indignazione che ho provato accostandomi al mondo cancellato dall’inquisizione, che è stato dettato dall’odio per le donne. Una misoginia viscerale che si nutre di strazio e sangue, che gode fino all’ultimo spasmo di vita umana, di vita femminile, è quella che ha indignato me stessa al momento di questo racconto. Strega è odore di fiori e di foglie, strega è effluvio caldo di camomilla, è terra da amare, suolo da rispettare. Strega nasce dal desiderio di dare voce al dolore di queste “medichesse” mancate. Consentitemi il termine medichesse, oggi e sempre usato in senso dispregiativo e canzonatorio, perché erano questo le donne dalle mani d’oro, dall’esperienza consumata, dall’amore per il prossimo; erano le medichesse che venivano offese, denunciate, denudate oltraggiate, ferite, torturate e arse vive. Strega nasce dal tumulto, dal tormento, dalla ribellione e dalla rivolta, dalla taranta e dal suo morso e dai capelli e dai nei e dal sudore e dal pregiudizio e dal preconcetto e dalla paura dell’ignoto. Strega è un quadro, un’immagine, uno strazio nascosto perché indecente, sconveniente, immorale, indegno, Strega è il battito del tamburo e della tammorra che segue lo scandire del respiro e del suo interrompersi, del suo soffocare e smettere, del suo essere domato. Strega nasce per il teatro, per la lettura ad alta voce, con i suoi “Ahh!” urlati e sgomenti come una denuncia appunto. Strega non parla del medioevo, no, strega parla di ora, ora che Rita Levi Montalcini pubblicamente ammette che il padre non approvava la sua voglia di studiare… di diventare medichessa; parla della discriminazione che esiste nelle sale operatorie, nelle corsie di un ospedale, quella taciuta, ma concreta come un muro, dei bambini stregoni nel Congo perseguitati e straziati. Strega vuole farla con le tinte, coi colori, col nome dei fiori e delle piante come una novella Ofelia accanto al suo pozzo, ma vuole farla: una rivoluzione! Sapere che, grazie ad A.S.I.MOV, grazie alle a-zine, strega è andata lontano, sapere che passerà di mano in mano, sapere che incontrerà gli occhi che avvertono, come i nostri, l’incipiente colore del rogo e le narici che ne sentono l’odore nel nuovo millennio, rende il mio scritto utile ed aumenta in me la necessità di continuare l’inarrestabile comunicazione che è la scrittura.
Milena Esposito